giovedì 12 novembre 2015

RECENSIONE "LO SCIACALLO" di Dan Gilroy

Donnie è cresciuto. E' diventato un ladro/rigattiere. Passa le sue giornate su siti che parlano di business management in attesa del treno giusto. E mangia decisamente troppo poco.
Ancora una bellissima sorpresa guardando un film di cui non sapevo una beneamata cippa. Anzi, il titolo e la locandina mi avevano depistato, facendomi credere si trattasse di un noir con protagonista un killer spietato e mezzo matto. E le primissime scene della pellicola me lo hanno pure confermato, laddove pareva che Gyllenhaall stesse tagliando una rete metallica per introdursi in chissà quale luogo pericoloso, per poi essere scoperto da una guardia che -of course- è finita pestata a sangue. E poi? E niente, poi si scopre subito che Jake è solo un ladruncolo da quattro soldi che tira a campare vendendo rame e tombini...
Però quel noir non è poi così lontano. È nella fotografia cupa e nelle riprese che si svolgono praticamente per tutto il film di notte. Perché la vita del giovane Lou si svolge tutta di notte, ed è la notte che gli fornirà l'evento che darà la tanto attesa svolta alla sua vita. Un incidente lungo la strada, un'auto che lentamente prende fuoco mentre due poliziotti lottano per tirare fuori dall'abitacolo la conducente ferita, ed un furgoncino che si ferma per vomitare fuori due uomini armati di telecamera che iniziano a riprendere la scena. Due reporter freelance, due sciacalli che passano le loro notti in ascolto sulle frequenze radio della polizia in attesa dell'emergenza giusta, di un incidente con feriti o, meglio ancora, di una rapina finita male. Captato il giusto messaggio nell'etere si parte, piede a tavoletta verso il luogo del misfatto per riprendere tutto prima degli altri e poter così vendere le immagini alle tv locali.
Qualcosa si accende nella testa di Lou. Sembra divertente e neanche troppo difficile. Ci vuole solo pazienza, riflessi pronti ed uno stomaco forte. Tutte cose che Lou scoprirà (o forse già sapeva) di avere. Ma la vera sorpresa sarà scoprire che la cosa gli piace, e che gli viene anche bene. Ha occhio, come gli dice la direttrice del telegiornale locale al quale venderà le sue prime riprese, quando noterà che questo giovane uomo sbucato dal nulla riesce a catturare meglio degli altri ciò che fa audience, quello che tiene la gente incollata allo schermo e lo share alto: il sangue, la morte. Meglio ancora se avvenuta nei quartieri alti, a danno di uomini bianchi per mano di altre etinie. I vecchi fantasmi non mollano mai la presa.
Da quel momento l'ascesa di Lou sarà inarrestabile, ed il suo talento crescerà ogni notte nutrendo il suo ego e la sua sicurezza nei suoi mezzi, finendo per annichilire del tutto sentimenti di pudore, decenza e rispetto. Non che il personaggio in questione, interpretato da un Jake Gyllenhaall superbo, avesse dato segni di tali, umane debolezze prima. Nello sguardo scarnito dell'attore, negli occhi infossati ed enormi, costantemente attenti e febbrili come quelli di un predatore affamato, si rispecchia la promessa di un pericolo sempre in agguato, se solo qualcosa non dovesse andare per il verso giusto. Gli occhi di un folle, che mettono a disagio e intimoriscono.

È un film che mette a nudo le dinamiche che muovono il circo dei mass media, e che ci pone davanti una terribile sterilità di sentimenti, laddove tutto è lecito per nutrire il mostro perennemente affamato dello share. Persino afferrare per le caviglie un uomo sbalzato fuori dalla sua auto coinvolta in un incidente per trascinarlo in un punto che permetta una ripresa migliore, più spettacolare. Tutto questo senza nemmeno provare a capire se il poveraccio sia ancora vivo. Un thriller spietato che ha nella mancanza di compromesso la sua arma più potente. Lou è un vero sciacallo che non mostra alcuna titubanza quando si tratta di spettacolarizzare la morte, è l'incarnazione perfetta di quel mondo tristemente reale che potremmo raggruppare sotto l'ormai familiare termine reality. Perché oggi la tv è satura di questo concetto, da anni assistiamo ad una metamorfosi del palinsesto che ha nella vita reale (o presunta tale) il comune denominatore: programmi che mostrano come lavorano certe persone, come si costruiscono grattacieli, una miriade infinita di aste, ristoranti sulla via del fallimento da salvare, e ancora tanto altro. Dall'avvento del progenitore di tutto questo, quel maledetto Grande Fratello che sono orgoglioso di non aver mai seguito neppure una volta, la tv ha cannibalizzato la vita di tutti i giorni, plasmandola in forme che si adattassero ai tempi stretti e veloci del piccolo schermo. Ci si chiede quindi quali saranno le isole di salvezza per le generazioni che stanno crescendo circondate da tutto questo? Quando ero ragazzino sapevo che una volta finito l'episodio di Beverly Hills tornavo alla vita reale, caratterizzata da tempi e dinamiche del tutto diverse. Ma un bambino che cresce bombardato da una tv che mai come prima d'ora pretende di raccontare la vita reale persino nell'atto di pulirsi il culo (e permettetemi il francesismo), a cosa guarderà per trovare la propria ancora? 
Un'accusa molto forte nei confronti dei mass media quella di Dan Gilroy, sceneggiatore di lunga data qui alla sua prima esperienza dietro la cinepresa, che li dipinge senza mezzi termini come dei fabbricatori di notizie, dei manipolatori di fatti, non dei giornalisti ma degli imprenditori senza scrupoli che non hanno nessun interesse nel "mostrare la realtà", ma solo nel raccontare una storia.

Lo Sciacallo è un reality thriller dunque, una perla che brilla, oltre che nei contenuti, anche nei meccanismi tipici del genere, con una sequenza finale da cardioparma che merita prepotentemente un posto d'onore nella storia del cinema. Cinico e spietato.


VOTO 8,5

"-Nina, è una notizia importante!
-Sminuisce tutta la storia.
-Ma è questa la storia!
-La storia è la criminalità che s'infiltra
nei quartieri benestanti."

8 commenti:

  1. Gran film, crudo e feroce, con un Gyllenhaall semplicemente perfetto.

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    1. È vero, un'interpretazione formidabile. Ha una mimica facciale assurda, soprattutto per via di quel sorriso che sembra toccargli le tempie. Mi sto chiedendo come sarebbe nei panni di Joker :p

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  2. Devo ancora vederlo! Me lo riprometto sempre! ripasso appena recuperato

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    1. l'ho visto anch'io :)
      concordo abbastanza col voto. credo che ne parlerò anch'io al più presto, quindi non ti anticipo nulla ;)

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    2. Ottimo, sono curioso di conoscere il tuo parere ;)

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  3. Sono d'accordo su tutto, del resto questo è un film che mi sembra abbia accontentato tutti, mai letta una critica minimamente negativa.
    In realtà credo che il primo Grande Fratello fosse un esperimento straordinario, una delle più grandi cose viste in tv negli ultimi 20 anni.
    Ma se avessi saputo prima a cosa avrebbe portato era meglio non l'avessero mai fatto...

    Quasi tutti abbiamo dovuto fare almeno un accenno agli occhi di Jake, veri protagonisti del film.
    Più che ai reality tout cort, ovviamente presentissimi come tematica, credo che la critica sia verso la tv del dolore, della morte, della tragedia. I reality di solito non trattano di questo. Guarda, io lo vedo più vicino ad una cosa tipo Barbara D'urso che ai reality ;)

    ma poco cambia

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    1. In realtà era mia intenzione specificarlo, ma alla fine me ne sono dimenticato: secondo il mio punto di vista la tv del dolore, come hai giustamente specificato essere il vero imputato di questo film, è la più estrema evoluzione del reality, così come lo sono i vari talent show, isole, cazzi e mazzi.

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