martedì 26 maggio 2015

LA LEGGENDA DEL GRANDE INQUISITORE di Fëdor Dostoevskij

Parli dell'uomo e non puoi non parlare di religione.
Siamo ad un passo dall'assioma matematico.
L'oppio del popolo la chiamano, una definizione che le calza come un guanto di alta sartoria. Tutto il genere umano, in tutte le epoche conosciute, dalla preistoria (vera o presunta tale) fino ad oggi ha sempre cercato la sua sfera mistica, entro la quale rifugiarsi e acquietare la sua coscienza tormentata dalla paura ancestrale della morte e dell'ignoto. Un'invenzione quindi, un concetto partorito da una mente dalle enormi, sconfinate potenzialità, ma troppo recettiva e succube dei tumulti emotivi per andare al mondo priva di un'ancora di salvataggio. Perché a voler essere proprio sinceri cos'altro è la religione, se non il figlio nato dal tempestoso matrimonio fra ragione e sentimento? Due forze irriducibili costrette in un campo di battaglia troppo angusto quale è il corpo umano. O forse è vero il contrario, ossia che si combattono entro un territorio infinito: uno spazio che non conosce confini può dar vita ad un conflitto senza fine. Già, la nostra coscienza guarda con sarcastica sufficienza all'universo.



Io la cerco ancora la mia sfea mistica, e continuerò a farlo ancora per molto.
Ma sono nato in Italia, nel giardino di sua maestà la Chiesa Cattolica, e pertanto sono ufficialmente un cristiano. Non per mia scelta quindi, solo per "diritto (o dovere) di nascita". Fossi nato qualche migliaio di chilometri più in là forse ora parlerei dell'innominabile dio mussulmano, o di Jehovah.
Destino, caso, fatalità. Scegliete voi.
Io intanto mi guardo intorno, e non vedo altro che uno spettacolo che mi ricorda fin troppo da vicino il caos delle borse internazionali. Avete presente la scena finale del film"Una poltrona per due" quando Eddie Murphy e Dan Aykroyd scatenano l'inferno in terrra svendendo le azioni dei loro capi? E' questa l'immagine che mi si crea in mente quando penso alle religioni del mondo, e all'insanabile desiderio di supremazia che tutti i loro osservanti ostentano cercando di imporre il proprio credo al di sopra di quello altrui. Ci sono io su questa sponda, "Lui" dall'altra, e tra di noi una massa delirante di fanatici che sbraitano non so quali verità assolute, invitandomi a salire sulla loro barca in quanto unico traghetto in grado di condurmi sano e salvo attraverso le acque scure della perdizione fin dentro l'abbraccio del Signore. Ma chi scegliere? Posso essere tanto pazzo da scommettere sulla mia anima? Cerco di guardare oltre, ma l'altra sponda è lontana, quindi non posso far altro che alzare le spalle convinto che qualcuno mi vedrà, indicando sconsolato quei pazzi come a dire "Li vedi pure Tu, no? Come scelgo quello giusto?"

La cosa più intelligente da fare è armarsi di volontà e risalire il fiume a piedi alla ricerca di un guado. Non vedo altre soluzioni accettabili da una mente logica e razionale.
Ed è stato proprio durante questa ricerca che ho incontrato la figura gigantesca di un uomo chiamato Gesù (derivazione del termine aramaico che significa salvezza) di Nazareth, figura centrale della religione cristiana, vissuto nella regione palestinese della Giudea poco più di duemila anni fa. Aldilà delle proprie credenze religiose è difficile non restare affascinati da una personalità come la sua: se spogliato delle qualità miracolose che i patriarchi della Chiesa Cattolica gli hanno affibiato prendendole in prestito da Mitra (divinità antecedente i tempi di Gesù nato da una vergine, attuatore di miracoli, morto il 25 di dicembre e tornato dall'oltretomba tre giorni dopo, e non sto affatto scherzando), resta un ebreo rivoluzionario, un attentatore di tutte le antiche regole oppressive della religione ebraica, la prima figura storica a dare importanza alla donna, un discepolo dell'amore e della fratellanza, un inguaribile amante del genere umano. Divinità o no, realmente esistito o inventato di sana pianta, Gesù di Nazareth detto il Cristo (il Risorto), attira a sè come una calamita.

La Leggenda del Grande Inquisitore l'ho scovata proprio così, cercando informazioni su Gesù. Non ricordo esattamente come, ma è probabile che sia stata citata in qualche altra fonte che leggevo, e appena ho scoperto l'esistenza di un testo che ipotizzava un suo ritorno ed un seguente confronto con un inquisitore, un agente dell'anima più nera che la Chiesa Cattolica abbia mai posseduto, non ho resistito alla tentazione.
Da allora quel testo racchiude, per me, la visione più realistica dell'animo umano.
L'ho letto molte volte, emozionandomi sempre per la discesa di Gesù tra le strade di Siviglia, circondato da una folla che cresce ad ogni suo passo, intimamente consapevole della sua identità. E' come un fiume di speranza che sgorga all'improvviso in un deserto arido, un fiume che subito impatta contro la diga di disincanto e amarezza del vecchio Inquisitore, il quale con sguardo torvo ordina alla sua guardia personale di arrestare l'uomo che, solo un attimo prima, aveva pronunciato ancora una volta parole potenti, in grado di riportare alla vita l'anima di un'infante. Quella sera stessa egli si recherà da solo nella cella in cui ha fatto rinchiudere il progioniero, e in un lungo monilogo che non accetterà repliche riverserà sull'uomo tutto il suo risentimento, tutta la sua rabbia, tutta la sua disillusione. Ma facendolo intrinsecamente dichiarerà anche tutto l'amore che nutre nei confronti della debole umanità. E per tutto il tempo Gesù resterà in silenzio, ascoltando le parole del vecchio senza tradire alcun sentimento al di fuori dell'amore, attizzando così ancor di più l'ira dell'altro che non si vedrà degnato neanche della sua indignazione. Le accuse che il vecchio muoverà contro Gesù saranno forti ,cariche di tutto il rammarico che prova nei confronti dello stesso Dio che gli siede davanti. Lo accuserà di essere talmente innamorato del genere umano da vedere in esso qualità che per sua stessa natura non possiede, se non in rari casi. Come un figlio che rinfaccia dopo anni al proprio genitore di aver riposto in lui troppe aspettative, il vecchio rimprovererà al prigioniero di non essere stato in grado di compiere le scelte giuste quando era in tempo per farlo, e che adesso spetta solo a loro (la Chiesa) il diritto di guidare quel gregge di deboli verso la salvezza, anche se il prezzo da pagare sarà altissimo.
Dostoevskij denuda l'animo umano e lo espone senza alcuna pietà sotto gli occhi del lettore: deboli, ribelli incapaci di gestire la propria libertà, egoisti, codardi e prepotenti. Molti altri saranno gli aggettivi che faranno eco nelle parole del vecchio, eppure di pari passo si avverte chiaro anche tutto l'amore che esso prova nei confronti dell'umanità, incapace di reggere il peso dell'eredità lasciata in dono da Gesù, ma non per questo meritevole di subirne le ingiuste conseguenze.

Si viene fuori dalla lettura in un turbinio di emozioni contrastanti, laddove il rammarico per la verità che risuona nelle parole del vecchio si mescola alla dolcezza che la figura di Gesù ispira, alla speranza che il suo amore incondizionato nei confronti di un essere così debole suscita. E' quasi come quella struggente malinconia che ti abbraccia dopo che una storia d'amore è finita non per colpe imputabili a qualcuno, ma solo perché, nonostante tutti gli sforzi compiuti, doveva andare così.

Per chiudere vorrei condividere una rappresentazione teatrale del monologo che ho avuto la fortuna di scoprire quasi per caso, una perfomance magnifica dell'attore Gualtiero Colombo. Se avete poco più fi un'ora di tempo vi consiglio di guardarlo, ne vale davvero la pena.


(Niente voto stavolta, ho già osato troppo parlando di un'opera di tale livello.)


 "Io Ti dico che non c'è per l'uomo pensiero più angoscioso
che quello di trovare al più presto
a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce
questa infelice creatura.
Ma dispone della libertà degli uomini
sono chi ne acquieta la coscienza."
 


6 commenti:

  1. Dostoevskij mi riprometto sempre di prenderlo in mano!
    comunque anch'io se dovessi incontrare mai Gesù gli direi che ha decisamente avuto un'opinione troppo elevata del genere umano, se ha pensato che qualcuno potesse davvero camminare sulle sue orme. O forse proprio il fatto che apparteneva al genere umano dovrebbe farci capire che siamo noi ad avere un opinione troppo bassa su noi stessi.
    L'uomo può sfidare il suo tempo e essere rivoluzionario senza bisogno di quella cosa che è il vero oppio dei popoli: il potere.

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  2. Quello che dici è il fulcro attorno al quale ruota quest'opera, le potenzialità che si scontrano con il realtà dei fatti. Ad un certo punto il vecchio, mentre sta rimproverando a Gesù di aver preferito lasciarci la possibilità di scegliere liberamente di amarlo, senza che i nostri sentimenti dipendessero da prodigi, dice che una tale forza d'animo potranno averla in pochi, magari qualche centiania di migliaia di individui. Ma di tutti gli altri milioni troppo deboli per "anteporre il pane celeste a quello terreno", ma che ugualmente lo amano, che ne sarà?
    Il vecchio è tormentato da tutto questo, e non riesce a perdonare Gesù di non aver fatto le uniche cose che avrebbero garantito eterna felicità all'uomo.

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    1. Eh il libero arbitrio! Brutta bestia! Ma infondo è ciò che ci fa esseri umani...
      Appena posso lo leggo :)

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    2. Bene, così mi farai sapere la tua.

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  3. Ciao, è il primo articolo che leggo del tuo blog e, anche se amo la lettura, non ho mai letto Dostoevskij. Quindi, ti vorrei ringraziare per avermi spinto ad uscire dai miei generi standard: leggerò questo libro al più presto! Ciao!!

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    1. Ciao a te! Wow! Non c'è nulla di più ambizioso per chi scrive delle sue passioni che sperare di contagiare gli altri :) per conoscenza sappi che La leggenda del G.I. Si trova su molti siti, ma è un estratto del romanzo I fratelli Karamazov ;)

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