lunedì 6 luglio 2015

MAGGIE [CONTAGIOUS - EPIDEMIA MORTALE] di Henry Hobson

Prima di partire con la sentenza foglio fare un appunto: caro pellegrino, se sei giunto qui cercando info sul film che hai intenzione di andare a vedere attratto dalle promesse sottointese dal titolo italiano della pellicola, fermati. Non leggere questa recensione, e non andare manco al cinema. Vogliono fregarti, credimi. Questo è uno degli storpiamenti più infidi che il marketing nostrano abbia mai fatto, perché nel film l'epidemia mortale non c'è. Punto. E' appena un'eco di sottofondo, la voce di un conduttore radiofonico che intervista un ascoltare, sono le poche informazioni che un medico può dare al protagonista, è una manciata di poliziotti con una machera antigas sulla faccia. Non c'è altro che possa avvicinare questa pellicola ai film classici del genere ai quali il titolo italiano strizzia un occhio finto come quello del pirata stupido della ciurma di Jack Sparrow.

"Maggie" è ben altro.



Credo sia doveroso fare un'ulteriore premessa: se non si ama il genere zombie allora risulta difficile, se non impossibile, apprezzare questo film. Il background che la conoscenza di questo genere crea negli appassionati è indispensabile per immedesimarsi in una storia che, altrimenti, potrebbe apparire addirittura stupida agli occhi del "profano". Ma se i putridi cannibali hanno avuto un ruolo importante nel vostro personale olimpo dei mostri, allora "Maggie" vi conquisterà.

Il genere zombie è in pieno revival ormai da qualche annetto grazie alla serie fortunatissima di Robert Kirkman, "The Walking Dead" ha infatti definitivamente sdoganato gli zombie rendendoli un fenomeno di massa che ha conquistato mezzo mondo. E, come sempre accade quando qualcuno sforna un'idea di successo, arrivano a caterve altre opere sulla sua scia, che sperano di cavalcare l'onda e portare a casa un po' di fama e quattrini. Pochi però sono in grado di tenere testa all'opera apri pista (qualcuno ha detto "Z Nation"?!), ma qualcuno che riesce a dimostrare di non essere un banale assaltatore di carri vincenti c'è sempre. Qualcuno come Henry Hobson, formidabile graphic designer inglese che vanta un curriculum di collaborazioni da paura nei più svariati campi, dal cinema al mondo dei videogiochi, e che qui per la prima volta si mette dietro alla cinepresa.
La sua opera prima è una perla di originalità, un piccolo gioiello che riesce a portare il genere zombie in una sfera di umanità pregna di dolcezza. Se Kirkman sfrutta gli zombie come un flagello che distrugge la civiltà riportando il genere umano in una situazione di instabilità e bisogni perpetui, preparando così il terrreno ideale sul quale mostrare come il nostro spirito di sopravvivenza possa cambiarci se messo alle strette, Hobson invece stringe moltissimo il quadro, relegando tutta la parte legata allo scoppio del caos e all'evolversi dell'epidemia -tutto quello che solitamente compone il 90% di una storia di zombie- al passato prossimo raccontato da qualche misero programma radiofonico, e a sprazzi di flashback della protagonista femminile, lasciando l'intero palcoscenico al rapporto fortissimo tra la ragazza infetta e il padre che vede sua figlia trasformarsi lentamente in un essere dal corpo necrotizzato e affamato di carne umana.
E' un punto di vista del tutto nuovo, almeno per quella che è la mia piccola cultura cinefila, un film intimo che osserva un fenomeno raccontato centinaia di volte in moltissime altre storie con modi e tempi agli antipodi di quelli adottati in "Maggie". Quello che Hobson prova a fare è raccontarci la storia cercando di umanizzare al massimo un evento che nella realtà nemmeno esiste. Ci mostra con dovizia di particolari la parabola emotiva che i due personaggi attraversano da quando il padre si spinge fino in città per recuperare la sua bambina ricoverata in ospedale per riportarla a casa, dove potrà prendersene cura personalmente, fino all'inevitabile epilogo. Il risultato è una storia maledettamente commovente, anche grazie all'interpretazione degli attori.

Schwarzenegger è semplicemente fantastico. Sarò forse di parte, da bambino sono praticamente cresciuto con i suoi film nei quali interpretava sempre un duro dalla montagna di muscoli, e gli sono perciò affezionato. Ma quel viso che una volta trasmetteva forza e strafottenza, in questa pellicola ha invece le fattezze dolci e segnate dal tempo di un  nonno. Un'interpretazione minimale come il taglio di tutto il film, ma che tocca le corde giuste.


La camera a mano è una scelta stilistica che apprezzo sempre, e in questo caso è quasi dovuta. Da alla pellicola quel taglio informale che accentua l'atmosfera di intimità nel quale i fatti si svolgono, plasmando una regia essenziale che si sofferma sovente su particolari come un paio di mani che si sfregano nervose, o una lacrima che scivola su un viso granitico. E' una regia coerente con la storia, che da spazio al piccolo, come nella fotografia la tecnica macro da risalto al particolare che normalmente si perde. Il lavoro di designer del regista emerge tutto qui, nell'alternarsi tra spazi aperti e grigi, gli interni bui e polverosi, e anche in un'immagine degli infetti abbastanza diversa dai classici, lì dove i segni dei morsi lasciano spazio sui corpi a cancrene nere come il carbone.

Gli unici scricchiolii li ho avvertiti nella sceneggiatura, che in un paio di situazioni si prende licenze un po' larghe, ma funzionali alla struttura narrativa. Nulla che incida significativamente, ma con un piccolo sforzo penso che si sarebbe potuto trovare strade diverse per raggiungere gli stessi obbiettivi. Per un attimo le braccia mi sono cascate proprio sul più bello, ma il finale (forse prevedibile per molti, ma non per un eterno ingenuo come il sottoscritto) riesce a riscattarsi immediatamente dopo aver fatto credere di essere l'ennesimo ariete di stupidaggini che abbatte quello che, fino a quel momento, era stato un bellissimo castello. Forse una puntina di delusione c'è ad essere sinceri, ma preferisco pensare che sarebbe potuta andare decisamente peggio.


"Maggie" ha portato finalmente una novità concreta e pregevole in un genere ormai saturo, e lo ha fatto come sempre accade in questi casi, guardando lì dove nessuno volge lo sguardo. E' un piccolo gioiello, bello e delicato come un dipinto. Se mi permettete un paragone azzardato, mi viene da dire che possa essere definito come il "Philadelphia" del genere horror.
C'è bisogno che espliciti l'invito a vederlo? Fatelo!


VOTO 9









Questa volta nessuna citazione scritta, solo questa splendida immagine.

9 commenti:

  1. Devo leggere il tuo articolo, ma mi sa che lo faccio domani con calma. Passavo per dire che se passi di qui http://comeneifilm.blogspot.it/2015/07/boomstick-award.html ti ho coinvolto nelle catene dei blog, se ti va di partecipare! ;-)

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    1. Passo subito a dare un'occhiata, grazie per l'invito ;)

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  2. Ottima recensione, una delle migliori che ho letto sul film.
    Non voglio dire nemmeno troppo entusiasta perchè anche io quando un film mi conquista esagero.
    Quindi semmai l'eccessivo entusiasmo lo riferisco al mio giudizio, te fai bene.
    Ma sai che o non mi ero accorto o non gli avevo dato troppo peso alla camera a mano?
    Ma c'è fissa?
    Se è fissa è davvero assurdo non me ne sia accorto.
    Per me il finale è bellissimo per quello che dicevo, aver aspettato solo e solo quel momento per tirare fuori la presenza della madre, onnipresente nel film senza che prima non fosse mai stata rivelata

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    1. Quello della madre, benché mi sia accorto pure io durante la visione che era la sua prima apparizione, in realtà non l'avevo realmente elaborato. Riguardo alla camera non ci metto la mano sul fuoco, ma credo proprio che sia tutta a mano.
      :) i tuoi complimenti sono sempre una bella soddidfazione!

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  3. Addirittur il philadelphia del genere horror? Sì per me un po' azzardato, ma lo fanno oggi su La7... magari lo rivedo e cambio idea!

    Sono d'accordo col tuo commento dal quale traspare bene che abbiamo visto lo stesso film, ma con occhi diversi (come giusto) perchè io non sono appassionata di zombie, anzi di solito li evito, non li ho mai capiti, e inoltre non amo quasi mai la camera a mano e le regie di questo tipo... un po' alla Malick.
    Anch'io ho qualche dubbio sulla sceneggiatura un po' scarna.
    Come già si diceva dalle mie parti ;-)

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    1. Beh se si guarda alla qualità, l'accostamento risulta molto azzardato. Però a delicatezza nel trattare la malattia ci siamo ;)
      Sulla camera a mano siamo proprio distanti mi sa, a me piace un casino!

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    2. In realtà non è che non mi piace, dipende tutto da come, chi e perchè la usa.
      Ho visto molti abusarne e quindi tendo ad essere sospettosa!

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  4. Mi accodo anch'io agli estimatori della camera a mano ed agli amanti dello zombie movie. Effettivamente, come fai giustamente notare tu, Maggie ha bisogno di un background per fare presa, anche se poi uno zombie movie non è, non in senso tradizionale almeno.

    Se per caso non l'hai vista, mi permetto di consigliarti In The Flesh, soprattutto la prima stagione (sono due in tutto, lo hanno ovviamente tagliato). È l'apoteosi dell'utilizzo dello zombie come metafora sociale. Mi ha fatto piangere a fontanelle e ne vado fiera. :-)

    Dai, Z Nation è uno spasso. Alla fin fine il suo compito è l'esatto opposto di quello di Maggie o di In The Flesh: ripulire i non-morti da qualsiasi fronzolo allegorico e buttarla in caciara, a mo' di gara di rutti. Ha un suo perché, diciamo.

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    1. Come ho scritto da te, non sono riuscito a recepire la natura grottesca di questa serie. Ma per essere chiari: nasce appunto come una serie grottesca, o è che la messa in scena è così scarsa da risultare comica? :|
      Su In the Flesh sto per metterci le mani, giusto ieri ne ho letto la sinopsi ;)

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